Luigi Galligani

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LA TOSCANA MONDO DI LUIGI GALLIGANI
Antonina Zaru


Chiaro e tondo: una lingua che non conosce l'aspra cadenza del suono velare è, per forza, la lingua di un popolo che ha rinunciato, già dalla fonetica, alla violenza di ogni spigolatura. È così per la lingua dei toscani che, basta sentirla, al suono cupo dell'indurirsi della glottide ha preferito, da sempre, un gentile fremito di fiato - giammai un affanno, ma il mesto aspirare di un sospiro che già nella parlata aspira al sogno, o al ricordo, di colline gentili nella luce dell'alba, di anfratti ombrosi di viti, del dolce bouquet di un Brunello rubino, del morbido profilo, senza più tagli, dei sassi algidi all'acqua mattutina dell'Arno.
Non sorprende, allora, che da quell'eloquio cui è aliena ogni durezza dell'occlusiva, tale toscana attitudine - come dire? - all'"espressione gentile" si sia tramutata, da secoli in questa terra, in un sentire diffuso. Una gentilezza che è della gente, innanzi tutto. E te ne accorgi quando, come me che ho la fortuna di vivere in quelle serene campagne parte dell'anno (e sempre troppo poco), dopo un po' di tempo ci torni, e non fai in tempo a godertela che già la rimpiangi, immemori, ogni volta, di quanto, dei toscani, sia non solo l'accento gentile, ma gli sguardi, gli atti, le movenze. Un sentimento che, vieppiù, pare impresso già nella stessa conformazione naturale della regione: il profilo delle colline del Chianti, la campagna senese, che di primo mattino la mestizia di un fazzoletto di nebbia bagna di favola, e gli aperti orizzonti aretini, e il sinuoso e lento scorrere fiorentino del fiume. Finanche la flora pare partecipe di tanta mestizia, non conoscendo che di rado la nodosa sofferenza degli ulivi o brulla spianata, quanto, piuttosto, l'affusolata sicurezza del cipresso che segna, a memento di quel che siamo, del suo unico, cortese imperio, l'azzurro del paesaggio. È così. O dovremmo forse intendere come il disegno di un semplice caso bizzarro che, nella pittura di un grandissimo toscano quale fu Paolo Uccello, tondi e senza affanni sono addirittura l'incedere possente degli eserciti e il clangore della battaglia e gli uomini tutti (anche nella scomposta tenzone dello scontro) e gli scenari cortesi del Centro Italia?
Mille poeti e mille artisti cui la Toscana ha dato i natali, l'hanno narrato, questo sentimento che rapisce di grazia. Provate a chiedere a un inglese. Potrebbe rinunciare al suo tè delle cinque. O a qualsiasi gloria del suo antico Impero. Ma non alla sua idea di Toscana. Che è anche la mia. Apologetica, lo ammetto. Pura apologia. Ma bisogna viverci per darmi ragione. E per capirlo.
Lo so. Qualcuno potrebbe pur sempre chiedermi: ma, scusi, non è sempre toscana, l'insuperabile violenza dell'espressione del Sommo Poeta? Oh. Certo. Dante. Quanta sofferenza e quale inaudita potenza nella lingua della Commedia, incubo nero dal fondo di quell'imbuto rovescio piantato nell'Ade! Eppure, anche lì, nel più selvaggio e aspro e forte paesaggio che favella abbia mai dipinto c'era, infine, la serenità di un cielo di stelle, il cobalto terso della rivalsa, la morbida promessa di un riscatto attorno cui tutto gira. Come anche la salvifica bellezza di un amor cortese. Perché, come i toscani sanno bene, ogni miracolo di bellezza ha come suggello una donna.

***

Su queste cose rifletto da tanto. Perché è tanto che amo la Toscana. Eppure, da un po' di tempo, ogni filo di questi sentimenti sembra intessersi nella compiuta trama di una vera e propria rivelazione. Da quando, ad essere precisa, ho incontrato un artista toscano. Uno scultore. E quest'artista è Luigi Galligani. Conoscevo già il suo lavoro. Avevo visto quella sua bella scultura che l'Accademia dei Georgofili di Firenze aveva esposto, alla fine dell'opera di restauro che fece riguadagnare, tre anni più tardi, il suo immacolato splendore, dopo l'ignominia del '93. E avevo in seguito visto diverse sue vetroresine e terrecotte in varie esposizioni italiane. Poi l'incontro, a casa di amici collezionisti, con alcuni suoi bronzi, generose figure femminili dai fianchi ampi che raccontavano, a dispetto del turgido rigore del metallo, la promessa di un'infinita fertilità; volti seri, eppure piani; sguardi serafici di chi deve mirare lontano e non può, perché il suo destino è più alto, patire fino in fondo la caduca natura del dolore dell'uomo, sapendo che la possanza del suo soma tondo - tondo quanto l'orizzonte del mondo -, è testimone imperscrutabile delle cose eterne. Dee, ecco. Erano dee, quelle statue, che già allora mi rapirono. Erano lavori perfetti, quelli di Galligani, nei quali il patente debito con le ampie e polite superfici di un Marino Marini - che più tardi seppi essere una delle passioni, ampiamente confessate, dell'artista - si sposava ad una perizia sul particolare - la piega minuta delle vesti, la filatura dei crini, l'arco ombroso delle sopracciglia lievemente aggrottate -, davvero foriero di suggestioni fortissime. Erano perfetti - pensavo - per il lavoro espositivo che stavo svolgendo, già in quegli anni, a Capri, basato, per certi aspetti, sulla ricerca di quanto di meglio, a livello internazionale, la nuova figurazione stava producendo. E non erano le "sirene distese", le "metamorfosi" o quel variegato e abbagliante pantheon che Galligani andava costruendo - mi dicevo - il raro segno di quanto l'arte della figura, anche nella scultura contemporanea, sia ancora in grado di congiungere sperimentazione (nelle sue opere, credetemi, c'è anche la baldanza e il rigore dei giganti, quale l'ultimo Henri Laurens, per intenderci) e forza espressiva?
Non sorprenda, allora, che Galligani, seppure dedito esclusivamente ad una ricerca scultoria, debba la sua arte anche ad un'ampia messe di suggestioni mutuate da artisti di disparata formazione e, tra loro, anche a coloro che abbiano lavorato con maggiore impegno alla pittura. Si confrontino certe sue figure con le donne di tanti ritratti femminili di un Salvatore Fiume, ad esempio, o, più chiaramente, le rotondità generose che le sue statue dividono con quell'ampio portfolio di umanità ritratto da un Botero, per avere un'idea di quel che intendo. Oppure con quella straordinaria opera - abile sintesi tra generi - dell'immenso Constant Permeke, e solo per fare un esempio ancora più alto.
E un ulteriore indizio di quanto pure la natura del colore sia tra gli elementi che stanno a cuore a questo artista ci viene dalla varietà dei materiali che egli costantemente impiega: l'algido cemento, il caldo rame, la terracotta sanguigna, il tepore dell'argilla e la fredda vetroresina, fredda come una lama di cobalto. Come dire, non solo le forme, ma anche la forma del colore, in Galligani, è scultura. È innegabile, però, davanti a certe sue terrecotte più recenti, che all'universo poetico di Luigi concorra soprattutto il rispetto - filologico e sentimentale - della scultura arcaica, come - palese nella scelta dei soggetti - l'affascinante (e fondante) immaginario greco-romano. Ma anche etrusco, egizio, giudaico. Una galleria dove, in maniera sincretica, trovano posto sensuali Grazie e savie Minerva; stupite Sfingi e sofferenti Pegaso, oppure - contraddizione impertinente - un perplesso Hermes imprigionato per sempre all'altezza del busto bronzeo (quanto avrà patito il dio veloce per non aver avuto gambe?); e, ancora, angeli, bagnanti e pudiche Afrodite... Galligani, in questo suo viaggio a rebours, trova anche il tempo di sfidare la più arcigna tra le creature per uno scultore, Medusa, colei che col solo sguardo rende pietra chi guarda. Cioè statue. Gioco dei specchi, allora è questo, in cui il mostro - e forse per questo ingentilito nell'aspetto ora meno arcigno - è il sogno realizzato dell'artista: suo doppio terribile eppure necessario.
Ma resto convinta, però, che la sua opera non possa essere capita (non dico amata che per questo, come per ogni colpo di fulmine, è sufficiente un'occhiata), se non rapportata ad una precisa corrente espressiva. Ovvero, la straordinaria lezione del Novecento italiano. C'è una stupefacente Diana in terracotta a dircelo fino in fondo. In quest'opera del 2001, la dea della caccia ha il braccio destro arcuato all'indietro per permettere alla mano di raggiungere, lesta, la faretra. Chi l'ammira non può dire se la dea sia pronta a sfilare un nuovo dardo oppure è stata appena colta nel momento in cui, passata l'allerta, rimetta la freccia a posto. Intanto, l'altro braccio si adagia al fianco tenendo in pugno l'arco; la gamba sinistra è protesa in avanti così che - ancora ambiguità magnifica di quest'opera - colui che osserva non sa se sia il passo avanti di chi si stia appena incamminando o il piede piantato di chi arriva. E, dietro alla generosa gamba appena mossa, le ampie vesti si fanno onde di un mare battuto da una procella simmetrica. Mentre altre onde le increspano eroiche le ciocche piene di capelli. Ma è l'equilibrio dell'insieme, l'affascinante commistione tra eleganza e potenza, succuba sensualità e ardita imperiosità della postura a rivelare ogni debito, e a congiungere idealmente l'opera di Galligani allo splendore maestoso di Novecento.

***

Un ultimo episodio. Quando, poco tempo più tardi da quell'incontro epifanico coi suoi bronzi, ho conosciuto di persona, nel suo bel studio nel Chianti, Luigi, ho forse colto un'oncia del mistero di tanta arte.
Lì, quando gli chiedevo entusiasta di parlarmi, accanto alle sue statue, del segreto del lavoro - e lui, gentile, nell'accento arrotato dei toscani, parlava di poesia e di un'Etruria persa come di una compianta Atlantide -; lì, all'imbrunire di un pomeriggio di settembre, al fresco scuro del giardino del casolare dove, adagiate sul rassicurante cotto antico del lastrico si ergevano le sue pietre e i metalli, ci colse una folata di vento. E poi un'altra. Non scherzo: erano lame d'autunno. Il giunonico pantheon che davanti mi si alzava immobile sembrò, in quel momento, avvilirsi un attimo per quel gelo improvviso e anche le chiome di quelle statue parvero scomporsi. Un attimo. Fino a quando il vento finì di carezzarle i corpi come a levigarne, per sempre (o fino alle prossime ventate) le forme. Solo allora ho capito. Come nelle donne di Galligani partecipi, come cose vive, la volontà del mondo. E il suo immenso disegno.

Antonina Zaru



arte contemporanea - scultura italiana - arte mediterranea - scultura in bronzo terracotta marmo - scultura monumentale



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