Luigi Galligani

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di Antonio Paolucci

Nella storia artistica italiana del Novecento la scultura "tiene la bandiera', svolge un ruolo egemone. La conferma ci viene dal mercato internazionale che è sempre un giudice infallibile e ci viene dalla letteratura. È stato Maurizio Calvesi a inventare, un po' di anni or sono, la felice epigrafe della "linea italiana" nelle arti plastiche. Mi accorgo che quella definizione funziona e viene spesso utilizzata per definire un fenomeno che si è imposto autorevolmente nel mondo. La "linea italiana" ha le sue radici storiche in Donatello con il suo realismo destrutturato, in Agostino di Duccio con la sua circolare infinitamente ondulata visione delle forme figurabili. Approda alla Modernità con Wildt, con Arturo Martini, con Marino Marini, con Manzù, con Minguzzi, con Greco, con Francesco Messina. Tocca i nostri giorni con Giuliano Vangi. Il recente successo di quest'ultimo in Giappone - un successo sancito dal conferimento del premio "Imperiale" e dalla inaugurazione di un grande museo monografico intitolato al suo nome - è la dimostrazione mediaticamente più efficace della internazionale fortuna incontrata dalla nostra scultura nel secolo appena concluso.
La premessa storica è necessaria se vogliamo dare a Luigi Galligani una corretta collocazione critica. Egli appartiene a quella scuola di scultori italiani che hanno scelto la tradizione figurativa dei padri (gli Etruschi e l'Antelami, Niccolo dell'Arca e Desiderio da Settignano, Agostino di Duccio e Luca della Robbia, Donatello e Canova) assimilandola prima e poi usandola, quella tradizione (ognuno a suo modo, ognuno secondo propensioni e per obiettivi diversi), con la naturalezza e con la libertà con le quali noi usiamo la lingua nativa.
Questo atteggiamento nei confronti della tradizione (totale libertà espressiva e allo stesso tempo immedesimazione di un tipo che vorrei chiamare "genetico"} permette a Galligani di affrontare la Modernità senza impacci, senza piombo nelle ali. Come o che scrivo uso la lingua del Leopardi e del Manzoni e non saprei, né vorrei, usarne altre, così Galligani e i suoi maestri e compagni di strada protagonisti della "linea italiana", usano la lingua di Donatello e di Agostino di Duccio, di Laurana e di Desiderio essendo consapevoli tuttavia che, con lo strumento di quella lingua, essi sono chiamati a raccontare il loro tempo, a dare significato agli argomenti e ai miti dei nostri giorni. Non già a rievocare il passato.
Per esempio. Luigi Galligani, in questa fase della sua vita allo zenit dei quarant'anni, ha scelto di occuparsi dell'ambiguità e dell'ubiquità, categorie esistenziali tipiche della nostra cultura e incombenti sul nostro tempo. Solo che, con singolare astuzia poetica, ha voluto significare tali concetti con le figure del Mito e sotto il segno dell'immagine femminile.
Ecco allora le sue Sirene, le sue Sibille, le sue Europe, le sue Dee discese dall'Olimpo, le sue femminee personificazioni delle Stagioni, ma anche le sue bagnanti e le sue "lune piene". Sono creature "ubique" perché stanno nella realtà e nei nostri sogni, nell'acqua e sulla terra, abitano luoghi di frontiera sospesi fra il presente e il futuro. Sono creature "ambigue" perché non sapresti come definirle, portano con sé un amabile enigma. Sono in noi ed oltre di noi, sono molto antiche e allo stesso tempo molto moderne.
Luigi Galligani sa muoversi con mano leggera, con il virtuosismo di un prestigiatore. Conosce le insidie dell'Accademia, sa schivare le aride secche del Citazionismo. È colto ma si rende conto che la cultura, se male usata, può far velo alla freschezza della invenzione poetica. Padroneggia da maestro tutte le tecniche (il marmo e il bronzo, la terracotta e la ceramica) ma ha capito per tempo - per sua e per nostra fortuna - che la tecnica è ancella dell'Arte ma non è ancora l'Arte. Il fascino di Luigi Galligani, il punto di aggregazione che permette ai pensieri, alla cultura e alla tecnica di diventare stile e di sciogliersi nella quiete melodiosa dell'Arte, per me è da ricercarsi in una sorta di "leggerezza". Una "Levitas" sottotraccia guidata da cuore caldo e mente serena, muove le mani dello scultore quando crea le sue forme femminili tenere e sontuose. Il risultato per noi è il piacere di guardare e di accarezzare. Che è poi tutto quello che possiamo e dobbiamo chiedere a uno scultore.

Antonio Paolucci
SOPRINTENDENTE PER I BENI ARTISTICI E
STORICI FIRENZE - PISTOIA - PRATO



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