Luigi Galligani

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LUIGI GALLIGANI, NELLA LINEA FORTE DELLA SCULTURA EUROPEA
Francesco Gurrieri


Di Galligani, artista rivelatosi prestissimo nella sua grandezza, hanno già scritto autorevoli critici ed estimatori. Basterebbero i nomi di Paloscia (che fu il primo, ancora una volta, a individuarne le sicure tracce di potenzialità artistiche) o di Paolucci che ne ha profilato il valore delle figure mitologiche od ancora la simpatia e l'apprezzamento di Romano Battaglia, in occasione di una recente mostra coincidente col Festival de "La Versiliana", per dare la dimensione qualitativa delle sue sculture. Ma è mio parere che i tempi siano maturi per far fare un passo avanti al percorso critico di questo artista, cominciando a tentarne un assetto filologico, in uno scenario che superi l'episodicità degli apprezzamenti, pur importanti, ma che rischiano di lasciarne il percorso artistico in una couche senza tempo e senza luogo; nel senso che anche i grandi eventi così come i grandi "maestri" non nascono improvvisamente (se pur figli del genio creativo) senza una cultura figurativa che ne stia alle spalle, con funzione fecondatrice.
Tanto per esser chiari, diciamo subito che Luigi Galligani è uno dei "maestri" della scultura italiana dell'ultima generazione. È anche un artista che, come pochissimi altri, ha fatto del mito, l'humus, la condizione generativa dei suoi temi. Intanto va detto che la scultura di Galligani ha un'acculturazione che traversa ed assorbe, per distillazione, tutta la grande scultura figurativa del Novecento, a partire da Arturo Martini (nel senso di quella dote impetuosa - come indicò De Micheli - debitrice non solo della fantasia ma anche della istintiva disposizione ad affermare i valori immediati dell'emozione, del traboccante fervore verso la realtà sensibile, ma anche verso la verità terrestre dell'esistenza). E per questa prima scheggia filologica potremmo parlare di un "sentimento intatto" che permea le sculture di Galligani, di una loro nobile terrestrità di base che non lo imprigiona nelle stanze del museo e che postula invece, da subito, collocazioni esterne in cui misurarsi con la natura. C'è poi una seconda distillazione culturale, che è quella del grande Marino Marini (sul quale, non a caso, Galligani ha discusso la sua tesi). Ma attenzione, Galligani non guarda a tutta l'opera di Marino: scava ed opta soprattutto per le "Pomone", per quei temi cioè, più vicini alla terrestrità dei modelli dei sarcofagi di Tarquinia e di Cerveteri; per un segmento del linguaggio di Marino, delineato ai nudi femminili e al loro significato metaforico, di cui coglie ed esalta la staticità inamovibile e la fecondità quale condizione sorgiva e universale.
Ma c'è un'altra componente culturale che fa grande Galligani, promuovendolo alla dimensione del grande "maestro": l'aver assimilato i silenzi (fecondi) e la dimensione profondamente umana di Venturino Venturi, del quale - salvo gli amici più vicini come Parronchi e Luzi - troppo poco si è colto il ruolo di maestro confidente con la materia, capace di sintesi formali davvero uniche.
Galligani ha assimilato queste lezioni, le ha portate ad effetto con una sua particolare personalissima sintesi, diventando così l'erede della scultura toscana più avanzata nel solco della fedeltà alla "figura".
Ed ancora a qualcos'altro va accennato, per sgombrare il campo da equivoci. Galligani si è trovato (e si trova) sul suo percorso artisti ormai giganti come Vangi e Mitoraj, come Onofrio Pepe (appena meno noto ad oggi, ma non meno importante): un campo non proprio affollato ma tuttavia ben presidiato nei piani alti della grande scultura figurativa. Ma nulla ha da temere: perché queste sue opere, le "Tre Grazie" bronzee o la bellissima "Minerva" sono lontane dalle figure abili e strazianti di Giuliano Vangi, lontane dalla grande capacità di suggestione plastica delle Mitoraj, lontane dal turbamento del "percorso del mito" di Pepe, per approdare invece in un proprio inconfondibile linguaggio che è quello della "terrestrità del mito" che fa di Galligani uno dei protagonisti dell'attuale plastica italiana ed europea.

Francesco Gurrieri
Art Diary Critic, 2003



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