Luigi Galligani

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LUIGI GALLIGANI E LA GRAZIA DEL MITO
di Giorgio Seveso


Si direbbe che il nostro artista toscano possieda, tra le sue molte qualità plastiche, anche la dote di una sua speciale visione di sintesi, di fusione, di mescolanze condensate tra spontaneità e mestiere, tra romanticismo e classicismo, coi modi della più tranquilla naturalezza. Sia insomma capace, nel suo lavoro, di sollevare un immaginario romanticamente classico e nel contempo classica mente romantico, senza per nulla forzare il processo dell'espressione: è lo stesso lievitare dell'ispirazione che trova nella materia la propria calzante ragione espressiva e nella fantasia la propria enfasi lirica.

Non vorrei sembrare eccessivamente schematico, ma sono persuaso che a ben guardare nel profondo della sua officina immaginativa, e dunque nell'impronta fondativa della sua sensibilità, troviamo, ai due capi, gli echi di un rapporto non so quanto consapevole con Arturo Martini, per il sodo vigore dei valori plastici, e con Francesco Messina, per la sensualità quasi lasciva delle forme femminee. Con in mezzo, come un baricentro ideale vissuto con avvertibili sentimenti d'affetto interiore, le "Pomone" di Marino Marini.
E però - quasi a contraddire tali rimandi - salta subito agli occhi anche una sorta di aria "metafisica" che permanentemente circola nella grazia straordinaria e magica di tutti questi suoi personaggi muliebri, enigmatici, misteriosi e incantati: un'atmosfera che rimanda alle proporzioni silenti dei "Bagni misteriosi" di De Chirico o alle figure interroganti delle "Annunciazioni" di Savinio.
Qualcosa, appunto, di moderno e insieme d'antico, qualcosa che suggerisce una riflessione, emozionata ma anche smaliziata, non priva talvolta di una punta d'ironia, sulle vicende eterne della vita, sulle intriganti contraddizioni esistenziali della nostra quotidiana umanità.

Del resto, proprio di "incanto e mistero" aveva parlato Raffaellino De Grada in uno dei suoi ultimi scritti per lui.

Sono forse, queste considerazioni, una testimonianza d'entusiasmo "esagerata" da parte di un critico che, così, vorrebbe rimediare al fatto di avere purtroppo tardivamente incontrato il suo lavoro?
Non credo proprio, poiché la portata di questa scultura supera ogni piccola ragione del piccolo cabotaggio cui il lavoro degli artisti nostrani - non per colpa degli artisti medesimi - soggiace oggi, in questo sistema dell'arte attuale che ha occhi veri, e palcoscenici efficaci, solo per chi segua determinate mode estetiche, ovvero determinati modi d'essere contemporanei, e gli altri s'arrangino, nell'ambito del circuito cui arrivano da soli o cui giungono i loro collezionisti e galleristi.

Quindi, non avendo (grandi) colpe personali per non averlo finora incontrato nel mio ormai lungo frequentare l'arte nostra, sono serenamente ben lieto di dichiarare che con Galligani siamo di fronte a un protagonista assolutamente di primo piano della scultura italiana odierna, del calibro dei maggiori oggi viventi. La sua è infatti una scultura piena e risolta, che ha maturato una evidente solidità sia formale che poetica e, soprattutto, una coerenza non usuale in termini di tenuta interiore, di qualità degli esiti, di pertinenza tecnica e soprattutto poetica.

Ma torniamo appunto a tali pertinenze, e dunque alle sostanze liriche che il lavoro di Galligani viene sollevando con le forme della sua scultura. Oltre al rapporto con la classicità, la sua particolare intonazione figurativa fa i conti, difatti, con il tema - non si può più lirico appunto - del Mito. Un tema che sfugge per sua stessa definizione alla mera cronaca delle cose e delle vicende umane, e proprio per questo riesce sempre d'attualità, sempre incide o coincide in qualcosa della storia in atto, sempre evoca un'eco, un riflesso, un parallelismo: sempre, insomma, si rivela impegnato a dire lateralmente piuttosto che a mostrare direttamente.
E, dunque, un tema che non è solo il fiorire pieno e libertario dei sensi consentito dalla purezza del classico, dalla divina ed erotica innocenza sorgiva di una eterna età dell'oro, qualcosa che sta tra la tattilità un po' ingenua ma ieratica del sarcofago etrusco e la solennità delle sfingi egizie, ma che anche consiste, invece, nell'accostare alla vertigine di tale âge d'or le consapevolezze più allertate del presente, la coscienza dolente ma anche sorridente delle infinite antinomie legate a questa nostra epoca di striscianti e inaudite alienazioni.
Le sensuali sirene, le veneri pensose, gli dei e le sibille, le sfingi e le meduse carnosissime e seducenti della sua ritornante galleria di immagini altro non sono, appunto, che concrezioni del Mito, personificazioni e "personaggi" nati a pretesto di una forma scultorea dotata di senso non solo formalistico, di significato non provvisorio, non generico, non ludico o "solo" estetico. Il loro racconto per rimandi e per allusioni a quel lievito di moderno che irradia dall'arcaico e dalla classicità è un racconto che, sia pure sontuoso e ricco, sembra drasticamente semplificare della figura i suoi termini naturalistici, per quanto, come scriveva Marino Marini: "soltanto in apparenza la semplificazione ci allontana dalla natura, anzi, ve la riconduce, poiché ne estrae l'essenziale".

Ecco, il rapporto di Galligani con il Mito è un rapporto "essenzializzato" o, come dicevo all'inizio, sintetico: è la continua e serena ricerca, quasi dolce, fatta di ambigua piacevolezza armonica e gentile fisicità, di una figura colta in tutto il suo nucleo interiore di senso umano, fissata nella sua anima profonda, in tutta la sua limpida verità lirica.

Marmo, bronzo, terracotta, resine o ceramica, ogni medium ha per lui profondità e volumi particolari, patine e sinuosità speciali, ricavate da una sapiente manualità tecnica appresa nelle Accademie prima di Firenze e poi di Carrara, con Floriano Bodini. Un saper fare coltissimo, il cui risultato ad ogni prova è di soda bellezza, di calda suggestione.

Ogni poeta, ha scritto una volta Antonio Porta, sa che il proprio lavoro nasce dalla necessità di esprimersi, e in secondo luogo di esprimere. In seguito a queste due necessità, il poeta è colui che si forgia un linguaggio, ed è proprio dal linguaggio che si vede se qualcuno è realmente poeta: la necessità di esprimersi, o l'emozione, da soli non bastano.
Nel caso di Galligani, e delle sue poesie in sembiante di scultura, il processo formativo dell'immagine si definisce nella sintesi di un forte sentimento espressivo e soprattutto, come abbiamo visto, di una grazia limpida e concreta della forma.
È un linguaggio pieno e risolto, da vero poeta del Mito.

Giorgio Seveso



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